Lo shark fishing o la pesca dello squalo a surfcasting è una delle discipline più complesse ed emozionanti che si possono sperimentare dalla spiaggia. Competere con questo predatore è qualcosa di affascinante, ha una potenza incredibile e mette a dura propria le capacità di un pescatore. Le sue fughe sono irrefrenabili e ci vuole veramente tanta energia per riuscire nell’impresa di spiaggiarlo.

La paura dei pescicane è molto diffusa da quando, nel lontano 1975, uscì il primo episodio di una saga di gran successo diretta da Steven Spielberg  intitolata proprio “lo squalo“, al quale fecero seguito altre tre pellicole. Quindi dare battaglia a queste pesce è un po’ come combattere le proprie paure, affrontarle per poi farle immergere di nuovo nel mare. Eh si, la pesca dello squalo deve essere assolutamente no kill.

Nel palcoscenico mondiale dei grandi pescatori di squali c’è un italiano e il suo nome è Vittorio Azzano. Qui di seguito conoscerai la sua storia per immergerti in una bellissima intervista rilasciata da Vittorio. Buona lettura!

Vittorio Azzano giovane pubblicista con il tempo si specializza in report di viaggi in mete lontane, (prevalentemente in Africa) a caccia di grandi squali coniugando una innata predisposizione per la narrazione a quella della fotografia digitale dove eccelle con scatti di grande impatto. I suoi report, all’inizio sottovalutati, conquistano le redazioni delle riviste specializzate di mezza Europa che gli commissionano numerosi reportage chiedendo spesso l’esclusiva. A Boavista (isole di Capo Verde) fa le prime esperienze di shark fishing per poi decidere di confrontarsi con i mostri sacri di questa disciplina, i sudafricani. Trascorre così lunghi periodi in Sud Africa, principalmente nei distretti dell’East London e nel Kwa-Zulù Natal, facendo pratica con varie specie in diverse condizioni. Arrivano i primi risultati importanti con pesci che toccano i due quintali di peso (prevalentemente squali tigre di sabbia) catturati da riva senza l’uso di natanti e con attrezzature da lancio. E’ proprio al confine tra l’East London e il Natal che cattura il suo primo over tre metri, una splendida femmina di Sand Tiger Shark di 3.07mt e 191.50kg di peso.

Surfcasting allo squalo con vittorio azzano

Gli stessi sudafricani si stupiscono di come Vittorio riesca sempre ad andare a segno, spesso catturando esemplari di grande prestigio (alcuni divengono record) tanto che gli affibbiano il soprannome di ‘sharkman’. Ma è in Namibia che Vittorio trascorre la maggior parte del tempo tanto da ottenere la residenza nel piccolo paese di Hanties Bay e sviluppando amicizie e collaborazioni con alcune leggende della pesca oceanica come McGowan, Krugher e con il campione del mondo di surf casting Jansen Botha . Qui fa conoscere a tutta Europa l’enorme potenziale delle spiagge della leggendaria Skeleton Coast (la Costa degli Scheletri) catturando e rilasciando molti esemplari di Bronze Whaler (Carcarino ramato) tra cui una splendida femmina di 173kg (record personale), Spotty Gulley (record 43.4kg) e Seven Gilled Cow (record 79.9kg, vice record namibiano e per alcuni mesi record del mondo). Raccoglie inviti da parte di centri pesca sviluppando collaborazioni in Angola, Mozambico, Gabon, Senegal, Ghana, Mauritania, Capo Verde. Collabora attivamente con le più grandi associazioni mondiali per lo studio e la salvaguardia degli squali con un progetto di tag e realse.
In Italia scrive per Surfcasting Magazine sotto la direzione di Claudio Testa, fino al cambio di editore quando decide di prendersi una pausa valutando le diverse proposte. Nel frattempo continua a pubblicare attivamente in Slovenia, Croazia, Francia, Spagna, Inghilterra, Russia, Sud Africa, Grecia.  E’  fortemente voluto alla storica rivista Pescare Mare dove rincontra il vecchio direttore milanese con cui passa mesi esaltanti avendo carta bianca. Con la chiusura di Pescare Mare da parte della Olimpia s.p.a i soci della Pentapress s.r.l lo contattano per proporgli il ruolo di consulente della nuova rivista Surfcasting Mania diretta da Giulio Marcone dove può finalmente occuparsi quasi ed esclusivamente di sharkfishing. Vive e lavora tra l’Italia e l’Africa.

Vittorio Azzano alla prese con un Sand Tiger

Che cos’è per te la pesca allo squalo?

Lo sharkfishing travalica il senso comune di ‘pesca’ perché la pesca allo squalo diviene caccia, istinto, un episodio di quella epica battaglia tra l’uomo e il predatore che ha origini primordiali. Esserci è già una grandissima emozione, indipendentemente da come andrà a finire.

In Europa non si vedono spesso foto di grandi squali spiaggiati e, spesso, quando si vedono ci sei tu in foto. Gli angler europei che si avvicinano a questa tecnica sbagliano qualcosa?

Soprattutto in Inghilterra ci sono amici che realizzano ogni anno catture di grande prestigio e con i quali è sempre un grande piacere confrontarsi e dibattere sulle personali scelte tecniche. Il pescatore medio europeo si avvicina più facilmente alle tecniche di pesca legate al mondo del big game, quindi la pesca ai grandi tonni o ai rostrati. Chi si avvicina allo sharkfishing in autonomia, cioè senza la consulenza di una guida preparata, spesso lo fa con pressapochismo credendo che innescando un pezzo di pesce morto debba necessariamente abboccare lo squalo da record. Nel 90% dei casi le catture sono ben al di sotto delle aspettative dell’angler e questo succede perché lo sharkfishing è una tecnica di pesca molto specialistica.

Qual è il segreto per realizzare grandi catture?

Una profonda conoscenza del proprio avversario, delle sue abitudini, degli aspetti caratteriali. Secondariamente avere la pazienza e l’umiltà di cercare l’incontro con una determinata specie evitando tutte quelle scelte tecniche che ci terrebbero aperte molte porte ma che, inevitabilmente, ci farebbero portare in battigia un gran numero di pesci ‘baby’.

Entriamo nel vivo delle domande tecniche: come e dove peschi il pinne nere (C. limbatus)

Il pinne nere è uno squalo che in realtà pesco poco perché raggiunge raramente dimensioni interessanti. Squalo veloce che caccia spesso a mezz’acqua e che non ama i fondali troppo bassi. Lo cerco dalle punte di roccia con il pallone e il vivo oppure in quelle spiagge che intorno ai 100mt da riva presentano un ripido scalino, da prima dell’alba a appena dopo il tramonto.

Dacci qualche consiglio per la pesca mirata allo squalo nutrice

Rigorosamente di notte (così seleziono la taglia) e in spiaggia, vicino a zone con scogliere sommerse, grotte o coste rocciose. Di solito è uno squalo che, anche se ‘forzato’ dalla pastura, entra abbastanza lentamente ed è davvero difficile mandarlo in frenesia alimentare, soprattutto se grosso. Con il tempo, soprattutto pescando a Capo Verde, ho affinato questa tattica. Pastura e tre canne. Le prime due in scia alla pastura con esche a distanza di una quarantina di metri una dall’altra e distanziate sulla riva di una quindicina di metri. L’altra canna, fuori corrente e fuori scia di pastura. Le prime due con un innesco semplicissimo: un piccolo tonnetto o un sugarello privati della testa e della coda con unico amo passante e fissato nella cavità orbitale. Quella fuori pastura innescata con un terminale a doppio amo e testa di pesce con tutte le interiora. Credetemi, non sbaglia mai.

Vittoria Azzano in posa con un squalo pescato a surfcasting

Andiamo su quelli grossi: Lemon e Sand Tiger invece?

Il primo è uno squalo molto ‘lunatico’ che colonizza ambienti molto diversi. Da tempo ho scelto, se possibile, di insidiarlo a long range così da selezionare la taglia. Testa di tonno e due ami e passa la paura. Per il Raggedtooth sicuramente la notte e le zone con fondale profondo, almeno 7-10mt. Dove posso slide  fishing con inneschi che prevedano l’amo esterno all’esca con cucitura sul gambo perché tende a prendere tra i denti, muoversi e poi ingoiare. Capita spesso con inneschi che abbiano ami nell’esca il frustrante ‘bait off’. Il Sand Tiger addenta, trascina (sentiamo il mulinello cedere filo) e poi il silenzio. L’esca dilaniata dai denti e un nulla di fatto. Per cercare il pesce di taglia, quando disponibile, anche una bella razza viva senza piombo non mi dispiace affatto!

Attrezzature da squalo. Cosa avere e cosa lasciar perdere?

Partiamo dal lasciar perdere. Qualsiasi canna fin ora in commercio, prodotta da aziende italiane. Sono un convinto sostenitore del made in Italy ma, debbo essere sincero, non ci sono attrezzi in grado di gestire pesci da due quintali senza far morire di fatica l’utilizzatore…noi siamo ancora legati all’idea della canna in trazione che però scarica lo sforzo maggiore sulle braccia e non sul pesce. Nella categoria ‘da avere’ sicuramente un mulinello rotante serio, vedi Avet, una buona scorta di ami in misure dal 2/0 al 10/0, tre diversi libraggi di cavo (io uso il 120, 440, 750 e 1200) e un diario dove annotare tutto.

Long range. Che cos’è e cosa ne pensi?

In sostanza si tratta del modo più comune di pescare gli squali da parte degl’angler degli USA. Gommone o kayak, canne stand up da big game, mulinelli caricati con lo 0.70 e tonni o razze intere come esca. Nient’altro. Una valida alternativa in molti hot spot che però deve essere intrapresa con la consapevolezza che, essendo impossibilitati ad effettuare una pasturazione costante, lo squalo arriva solo grazie all’effetto di richiamo dell’esca (morta). Le catture sono spesso di grandi dimensioni ma poche in termini numerici e, in ogni caso, l’azione di pesca non si sviluppa mai in un arco inferiore alle 48h.

 

Il tuo terminale preferito?

Una versione semplificata del Bait On Rig. Variando la dimensione del carrier, che nella mia versione personalizzata è realizzato con un duttile cavo termosaldante da 30lb, posso innescare un tonnetto di 3kg come un calamaro congelato o un trancio d’ala di razza. Dipende solo da cosa ho a disposizione. L’amo esterno mi assicura un numero altissimo di strike portati a buon fine e il cavo da 440lb è abbastanza tosto da riuscire a contrastare un buon numero di selacidi. In un prossimo viaggio a Boavista presenterò la versione a due ami che ho testato a lungo con i Bronze Whaler.

L’esca a cui non vorresti mai rinunciare in una battuta agli squali?

Domanda difficile ma senz’altro ad una testa di pesce con annesse interiore, intorno a un chilo, un chilo e mezzo di peso.

L’esca più grande che tu abbia mai innescato ?

Port Alfred (Sud Africa), razza aquila da 21kg (viva). Boavista, mezzo tonno ‘yellofin’. 35kg circa di boccone.

Risultato?

Un morsichino di un Sand Tiger che me l’ha aperta in due (uccidendola) e un nulla di fatto.

Lo squalo che hai faticato di più ad agganciare? Quello che ti ha dato più soddisfazione?

Fin ora una grande femmina di Spotty Gulley: bisogna pescare dentro i banchi di roccia, canna in mano e ferrare in una frazione di secondo, un istante prima che sputi. Sicuramente, ad oggi, una grande femmina di Bronze Whaler.

Per avere maggiori info su Vittorio visita il sito www.vittorioazzano.com 

Lo staff di SurfcastingBlog ringrazio Vittorio Azzano per la sua disponibilità e per la sua grande passione per la pesca!